Millenovecento71: trentottesima rassegna

Cinematograficamente parlando, il 1971 è un anno di transizione, di aggiustamento tematico nei contenuti e nel linguaggio, di definizione di diverse e non sempre chiare linee di tendenza.
Quantitativamente il 1971 non si discosta molto dagli anni che lo precedono o seguiranno. Forse anzi l’incasso per i film italiani è persino leggermente superiore in percentuale rispetto ai film delle altre cinematografie nazionali e più o meno analogo è il numero di film prodotti: comprendendo le coproduzioni e anche le opere a distribuzione regionale, in totale i film usciti in sala risultano 217. Nell’anno vengono distribuiti i film di due grandi del cinema: Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti. Con Il Decameron Pasolini inaugura la cosiddetta “Trilogia della vita”, che proseguirà poi con I racconti di Canterbury e con Il fiore delle Mille e una notte. Questo progetto, dal grande successo commerciale (soprattutto se paragonato a molte delle sue opere precedenti, ritenute più ostiche dal pubblico medio e dalla fama “scandalosa”, lo porta ad immergersi in un passato intriso di straordinaria vitalità popolaresca e a rappresentare e ricostruire il mondo plebeo medievale, genuino istintivo, primordiale in cui in qualche modo si identifica e che profondamente ama. Lo spunto arriva da Giovanni Boccaccio e dal suo Decameron, di cui adatta per lo schermo soprattutto le novelle di ambiente napoletano, anche affascinato dall’impasto linguistico e dalla parlata, cosi sonoramente naturale, diretta e senza mediazioni
In totale contrapposizione è Morte a Venezia, forse il film più intriso di un raffinato e sublime decadentismo di Luchino Visconti. Decadente nella straordinaria ricreazione di un mondo dell’alta borghesia europea, a cavallo fra ‘800 e ‘900, perfettamente ricostruito nei costumi, nelle velature, nell’atmosfera diafana sospesa a filo dell’orizzonte lagunare; decadente nelle figure che lo animano, nei personaggi, Tadzio, scolpito nella sua bellezza eterea ed immobile, e il musicista Aschenbach, straordinariamente interpretato da Dirk Bogarde, che si avvia a un progressivo inarrestabile disfacimento e a una mortifera decomposizione. Intorno ai due grandi ruotano gli altri autori, alcuni dei quali si distinguono per l’attenzione alle dinamiche sociali e la capacità di costruire storie legate al mondo reale. In particolare nell’anno emerge un particolare interesse per film di ambientazione giudiziaria (Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica, Detenuto in attesa di giudizio, In nome del popolo italiano, L’istruttoria è chiusa: dimentichi) in cui si declina con vari accenti il tema della corruzione che colpisce la magistratura, dell’insabbiamento dei reati e dei crimini quando torna comodo, degli errori giudiziari voluti, ecc. II tutto non senza allusioni più o meno palesi alla cronaca giudiziaria contemporanea, in qualche modo anche alle vicende del processo per la strage di Piazza Fontana.
Anche il film La classe operaia va in Paradiso resta un’opera anomala nel quadro della cinematografia italiana, che raramente ha gettato l’occhio sul lavoro in fabbrica. Petri usa il registro del grottesco per delineare il suo operaio-massa, magistralmente interpretato da Gian Maria Volontè, un grottesco tuttavia senza via d’uscita, senza possibilità di riscatto che si conclude con il ritorno alla catena di montaggio dell’operaio Lulù, ormai preda, alla fine delle sue traversie, di un delirio allucinato.
Tutti un po sottotono, ripetitivi o stancamente ispirati sono autori come Monicelli, Zampa, Samperi, Scola; o ancora Liliana Cavani con L’ospite, Tinto Brass con La vacanza, Luciano Salce con Il provinciale… anche il Giù la testa di Sergio Leone è decisamente più modesto rispetto ai film della precedente trilogia del dollaro e a C’era una volta il West. Di buona fattura, pur senza raggiungere particolari vette, resta il Sacco e Vanzetti di Montaldo, che riporta alla luce la storia dei due anarchici italiani ingiustamente condannati a morte nell’America degli anni Venti. Anche in questo caso non manca qualche riferimento all’attualità, in particolare nella scena iniziale dell’anarchico Salsedo che “cade” dalla finestra del comando di polizia.
In questo quadro di autori decisamente sottotono, la fanno da padrone, nell’anno, i film di genere, equamente divisi fra le commedie, i western (decisamente più dozzinali, ripetitivi, quasi fatti in serie e qualitativamente di basso livello, anche se svetta Continuavano a chiamarlo Trinità, campione di incassi dell’anno), i film erotici, gli horror e soprattutto i thriller. Quest’ultimo genere, incomincia ad assumere un rilievo notevole all’interno della produzione popolare del nostro paese grazie all’exploit di Dario Argento. Per quanto molti dei film realizzati all’indomani del successo di L’uccello dalle piume di cristallo (tutti caratterizzati dalla presenza di un animale nel titolo: siano essi scorpioni, farfalle, iguana, lucertole, tarantole o, meno specificatamente, “bestie”, come in La bestia uccide a sangue freddo di Fernando Di Leo) siano trascurabili, non mancano rivisitazioni originali e di grande impatto visivo: basterà citare, per fare un solo titolo, il sorprendente Giornata nera per l’ariete (Luigi Bazzoni, 1971), fotografato da Vittorio Storaro. In generale troviamo una gran massa di film di evasione, spesso realizzati in modo improvvisato, con scarso mestiere, basso costo e riciclando trame, idee e anche materiale filmico ma che comunque riescono a raggiungere ampie fette di pubblico e a coprire i costi di produzione se non addirittura a realizzare profitti. Ci forniscono quindi un preciso affresco dei gusti del pubblico e della sua volontà di evadere; la televisione non è ancora un vero concorrente e la sala cinematografica resta un luogo accogliente per sperdersi anche in modeste fantasie.
Una nota ancora va dedicata ai festival, che cercano di riemergere dagli anni della contestazione. Il Festival di Pesaro si volge decisamente a una dimensione politica, pur mantenendo il focus di interesse verso le cinematografie dell’America Latina. Il Festival di Venezia invece, con la nuova direzione di Gian Luigi Rondi, ritrova la sua vocazione mondana e spettacolare, imponendo una logica di restaurazione anche nella scelta dei film; ma subendo la contestazione di molti autori film italiani nel 1971 risulta particolarmente scarsa.